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Giampietro Agostini photography
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Testo di Roberta Valtorta
Tracce, Baldini & Castoldi, 1998

italian below

Giampietro Agostini - Tracce

Starting out from zero

At times the landscape lies before us like a painted canvas. In moving one's eyes from one point to another we repaint it by creating signs, selecting and inventing relations which at the end constitute the sense of the image.

The camera, an instrument at man's disposal, has the power of fixing the signs and relations which the eye creates and perceives but does not retain. The operation of "fixing" has many points in common with that of imagining.

This photographic work by Giampietro Agostini has the title "Attese" as its genesis. With this the author intended to refer to the well-known cycle of canvases in which Lucio Fontana had carried out cuts: a radical solution to the question of the psychological-physical space of the canvas and, at one and the same time, that of the gesture of the painter who finds himself facing this space and, contemporaneously, also the space of the world.

Why does Agostini refer to Fontana's cuts?

Born in the region of Trent, Agostini studied photography in Milan to where he moved and now lives and works today: a clear-cut passage front a mountain environment to an urban one. Over the years he has produced delicate professional reportages and series of portraits. He has worked within the fields of industrial photogaphy and in that regarding the landscape of a documentary matrix, also taking part in important publicly commissioned projects. In these the subject matter of his attention has at length been the contemporary landscape in that complex transformation from the industrial phase to that of the post-industrial one with all of its stratifications and all of its aesthetic instances of disharmony and uncertainty. A landscape in which nature merely constitutes the distant and faded background or backdrop, often hardly or not at all visibile, by now lost.

And yet nature still exists. It exists where the landscape is greater and more pure, simple (even if only apparently) and where the signs are more infrequent. In the Trent Region, for example, in the valley where Agostini was born and to which he always returns, a place so different from the city in which he has become a photographer and to which he is by new bound. He therefore returns, taking photography with him. Both his origins and photography. What he was (childhood, the mountain, the sky and the wind) and what he is today (an identity found in the city and in photography, the art of industry), all taken together. And then, by way of dilation, photography together with other places in which the natural landscape continues to exist. Although by way of what photography can one talk, today, about that nature which still survives, albeit far away?

Agostini carries out a choice of synthesis and clarity: that of simplifying, of containing the number of signs. He removes and enacts a "breaking" with regards to complexity, concentrating each time on few elements. He tends to reduce the landscape to the essential bands of which it is originally composed: the sky, earth and water. He attempts to take photography back to its origins -light and darkness, the negative and the positive - by way of clear-cut white and black backgrounds. He adopts strong and distinct compositions, often symmetrical, at times Rorschach signs or marks. He alternates three-dimensional depths with flat and two-dimensional surfaces, as if they were the fullness and the emptiness of the world. He attempts to carry out a stripping of the landscape which he often divides into above and below, into photographs which are all horizontal. The horizon consequently takes on definitive importance: it governs the equilibrium of the image both in a formal and in a tendentially symbolic sense. Caesura between the concreteness of the earth or water and the immateriality of the sky, it seems to summarize the very idea of landscape.

Irrespective of how Agostini's meeting came about with Lucio Fontana's "Attese" that radical gesture which all at once annulled painting and questioned the idea itself of space was able to furnish the photographer with an unexpected and sudden cue for a sort of "refounding" of the idea of photography within his own personal story, being faced by the problem of reconquering nature, a distant and desired element. To try to start out again from zero, to affirm the idea that photography is not only an instrument for analyzing and documenting but also one for imagining. Leaving the vision to express itself by way of me immensity of the emptinesses and accept the force of the form without being afraid of it. Snow, wood, grass, water, clouds and above all the horizon. Agostini wants photography to no longer resemble the world but only to resemble photography. That photography is only image, that totality of perceptive elements which the eye creates when it scours the landscape, freely repainting it. The accentuated frame which Agostini leaves around the image is a sentimental gesture: it says that the value of each framing is extremely elevated and that inside the rectangle something unique is enclosed, something which must neither escape not elude. Inside the dark frame the landscape is still occasionally described in the elements that compose it, sometimes stylized and at other times decidedly more stripped, flattened. Agostini has undertaken a sulitary journey towards the abstraction of which today we see the first stages - which we imagine will continue at length, without our knowing where it will end.

Ripartire da zero

A volte il paesaggio ci sta davanti come una tela dipinta. Muovendo gli occhi da un punto all'altro lo ridipingiamo creando segni, selezionando, inventando relazioni che costituiscono, infine, il senso dell'immagine.

La macchina fotografica, strumento di cui l'uomo può disporre, ha il potere di fissare i segni e le relazioni che l'occhio crea e percepisce ma non trattiene. L'operazione del fissare ha molti punti in comune con quella dell'immaginare.

Questo lavoro fotografico di Giampietro Agostini aveva in origine il titolo Attese. Con esso l'autore intendeva richiamarsi al noto ciclo di tele nelle quali Lucio Fontana aveva praticato dei tagli, soluzione radicale alla questione dello spazio fisico-psicologico della tela e, insieme, a quello del gesto del pittore che si trova ad affrontare questo spazio e al tempo stesso lo spazio del mondo.

Perchè Agostini si riferisce ai tagli di Fontana?

Trentino di origine, Agostini ha studiato fotografia a Milano, dove si è trasferito e oggi vive: passaggio netto da un ambiente montano a un ambiente urbano. Negli anni ha prodotto delicati reportage professionali, serie di ritratti, ha lavorato nel campo della fotografia industriale e della fotografia di paesaggio di matrice documentaristica, partecipando anche a progetti di committenza pubblica importanti. In questi l'oggetto d'attenzione é stato a lungo il paesaggio contemporaneo nella complessa trasformazione dalla fase industriale a quella post-industriale, con le sue stratificazioni e tutte le sue disarmonie e incertezze estetiche. Un paesaggio nel quale la natura non costituisce che lo sfondo lontano e sbiadito, spesso poco o per nulla visibile, ormai perduto.

Ma la natura esiste ancora, là dove il paesaggio è più grande e più puro, semplice, anche se solo apparentemente, e i segni piú radi. Per esempio in Trentino, nella valle dove Agostini è nato e torna sempre, luogo così diverso dalla città nella quale è diventato fotografo e alla quale ormai si è legato. Torna, dunque, portando con sé la fotografia. Le sue origini e la fotografia insieme. Ciò che era - l'infanzia, la montagna, il cielo, il vento - e ciò che oggi egli è - un'identità trovata nella città e nella fotografia, arte dell'industria - insieme. E poi, per dilatazione, la fotografia insieme ad altri luoghi nei quali il paesaggio naturale continua ad esistere.
Ma attraverso quale fotografia parlare, oggi, di quella natura che ancora sopravvive anche se lontana?

Agostini compie una scelta di sintesi e di chiarezza: semplificare, contenere il numero dei segni. Toglie, pone freno alla complessità e si concentra su pochi elementi alla volta. Tende a ridurre il paesaggio alle fasce essenziali di cui esso originariamente si compone: il cielo, la terra, l'acqua. Cerca di riportare la fotografia alle sue origini - la luce e il buio, il negativo e il positivo - attraverso nette campiture bianche e nere. Adotta composizioni forti, chiare, spesso simmetriche, macchie di Rorschach a volte, alterna profondità tridimensionali a superfici piatte, bidimensionali, come fossero il pieno e il vuoto del mondo. Tenta una scarnificazione del paesaggio, che spesso divide in sopra e sotto, in fotografie tutte orizzontali. L'orizzonte prende dunque importanza definitiva: governa l'equilibrio dell'immagine sia in senso formale sia, tendenzialmente, simbolico. Cesura fra la concretezza della terra o dell'acqua, e la immaterialità del cielo, esso sembra riassumere l'idea stessa di paesaggio.

Comunque sia avvenuto l'incontro di Agostini con le Attese di Lucio Fontana, quel gesto radicale che tutto d'un colpo annullava la pittura e discuteva l'idea stessa di spazio ha potuto fornire al fotografo un improvviso spunto per una sorta di «rifondazione» dell'idea di fotografia all'ìnterno della sua storia personale e di fronte al problema di riconquistare la natura, elemento lontano e desiderato. Cercare di ripartire da zero, di affermare l'idea che la fotografia sia non solo uno strumento per analizzare e documentare ma anche per immaginare. Lasciare che la visione si esprima attraverso la grandezza dei vuoti e accettare la forza della forma, senza averne paura. La neve, il legno, l'erba, l'acqua, le nuvole e soprattutto l'orizzonte. Agostini desidera che la fotografia non assomigli più al mondo, ma solo alla fotografia. Che la fotografia sia solo immagine, sia quell'insieme di elementi percettivi che l'occhio crea quando perlustra il paesaggio e lo ridipinge liberamente. La cornice marcata che Agostini lascia intorno all'immagine è un gesto sentimentale: dice che il valore di ciascuna inquadratura è molto alto, e dentro il rettangolo sta racchiuso qualcosa di unico, che non deve sfuggire. Dentro la scura cornice il paesaggio a volte è ancora descritto negli elementi che lo compongono, a volte stilizzato, a volte più decisamente scarnificato, appiattito. Agostini ha intrapreso un solitario viaggio verso l'astrazione del quale oggi vediamo le prime tappe, che immaginiamo durerà a lungo, e non sappiamo dove avrà termine.